Il progetto Mesa è un archivio visivo nato da svariate suggestioni.
Per meglio comprendere parte di queste, sarebbe opportuno iniziare da una chiarificazione del nome. Quest’ultimo è anzitutto ripreso dalla traccia Black Mesa del compositore norvegese Biosphere, che al meglio descrive l’incerta sospensione che vive in questi scatti.
Citando Tom Waits:
I LIKE BEAUTIFUL MELODIES TELLING ME TERRIBLE THINGS.
Per approfondire, la Black Mesa è un tavolato vulcanico americano situato in una zona di transizione tra prateria temperata e steppa arida. Questa zona, dunque, suggerisce un immaginario essenziale e metafisico, polveroso e cinematico, distante dai sogni tecnologici arrugginiti e dalle ferite dell’asfalto. Qui, la luce lattiginosa getta ombre troppo lunghe e mai troppo nere. Qui, il colore facilmente confonde e disvela. L’atmosfera è allora rarefatta, densa, fluida e impercettibile. Sembra richiamata l’immobilità ottica di Gregory Crewdson, in cui tutto appare strutturato e contemporaneamente abbandonato.
C’è bellezza, sì. Ma è la bellezza solitaria ed elegante delle crepe del tempo che si posa sulle cose rendendole intime e vere.